9 buone ragioni per parlare al femminile (e usare sindache)

Due linguisti rispondono ai dubbi e alle obiezioni più frequenti sull’uso dei nomi femminili di professioni e cariche, come le nuove sindache di Roma e Torino.

La questione è tornata recentemente d’attualità in seguito ai risultati elettorali di Roma e Torino. In italiano molti hanno remore nel declinare al femminile i nomi che indicano mestieri, professioni, ruoli istituzionali, soprattutto quando la posizione che rappresentano è vista come particolarmente prestigiosa. Senza restare ancorati al “sindaca sì, sindaca no”, l’argomento del sessismo nella lingua italiana merita un approfondimento, se non altro per rispondere alle tante obiezioni e alle vivaci polemiche che il discorso scatena non appena un episodio d’attualità contribuisce a riportarlo in auge. La maniera migliore è procedere per punti, prendendo spunto dalle più comuni domande e obiezioni.

1. La lingua italiana è sessista?
Non è l’italiano in sé a essere sessista, ma è senz’altro possibile adoperare una lingua in modo sessista, mettendo ai margini uno dei generi, limitandone l’utilizzo in ottemperanza a un’abitudine consolidata e avvertendolo come meno prestigioso dell’altro.

L’uso sessista dell’italiano non è naturale, ma deriva da un retaggio culturale”, sottolinea Cecilia Robustelli, docente di Linguistica italiana all’università di Modena e Reggio Emilia e collaboratrice dell’Accademia della Crusca, da tempo attiva nel dibattito sull’uso non sessista dell’italiano.

2. Usare in modo non sessista la lingua italiana significa violentarla e mancare di rispetto alla sua tradizione linguistica e letteraria?
Per rispondere a questa domanda basta considerare il fatto che la stessa Accademia della Crusca, che ha come scopo precipuo la salvaguardia della lingua italiana, auspica l’uso di forme come “sindaca”, “prefetta”, “ingegnera” e, in generale, consiglia di prestare attenzione a un uso non discriminatorio della lingua. Come sottolinea Francesco Sabatini, linguista, lessicografo e presidente onorario dell’Accademia della Crusca, “perché la lingua cambi devono prima di tutto cambiare le cose. Ogni imposizione linguistica che non segue i cambiamenti della società è destinata a scomparire. Quando, però, come in questo caso, il cambiamento sociale è avvenuto anche la lingua ha il dovere di adeguarsi registrandolo.“Le parole – continua il linguista – vanno, infatti, viste non come entità astratte, ma come un rimando a persone, cose, realtà. Adoperare i nomi femminili di cariche e professioni consente alla lingua di rimandare alle persone in modo più chiaro e grammaticalmente corretto, seguendo l’impostazione dell’italiano che ha tra le proprie caratteristiche quella di presentare la distinzione in due generi, il maschile e il femminile”.

D’altra parte, le forme femminili suggerite non solo seguono perfettamente le regole di formazione delle parole della lingua italiana, ma hanno sovente radici antichissime. Ricordate l’“Orsù, dunque, avvocata nostra” della Salve Regina che tanti hanno imparato al catechismo, che traduce letteralmente il latino “Eia ergo, advocata nostra”? Chissà perché l’avvocata dovrebbe star bene nel rosario e non nelle aule dei tribunali.

Fuor di scherzo, tutte le forme femminili – di antico e nuovo utilizzo – suggerite dai linguisti che si sono occupati dell’argomento (in questo documento ne potrete trovare diverse) sono frutto di riflessione sull’etimologia della parola e non attuano alcuna forzatura sulla lingua. Non è per questo che suonano brutte, ma, come si è ampiamente sottolineato, solo perché non ci siamo abituati. In molti casi il femminile deriva dalla forma aggettivale, che usiamo tutti i giorni senza che ci sembri sgraziata.

3. I femminili delle cariche hanno significato ironico?
A molti parlanti anche colti il nome femminile di una carica o di una professione appare ironico, sminuente. Ma vi sono Segue…